I falsi miti della comunicazione

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I falsi miti della comunicazione

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INTRODUZIONE

La formazione (aziendale e non) spesso non funziona. Al di là di tutta una nutrita serie di altri elementi (d'altronde, le variabili da tenere in considerazione sono centinaia), un elemento su cui vale davvero la pena fare luce è quello dei falsi miti che ancora oggi, purtroppo, circolano nelle aule di tutto il mondo e, quindi, anche in azienda.

Perché l’argomento è così importante? Molto semplice: se in azienda si insegnano cose che non hanno alcuna validità, si rischia da un lato di far perdere tempo prezioso alle persone che dedicano le loro energie a imparare concetti sbagliati e, d’altro lato, si rischia di arrecare un poderoso danno economico all’azienda che, a causa di questi concetti sbagliati, potrebbe quindi perdere credibilità, occasioni di business e naturalmente fatturato.
Vediamo insieme da vicino quali sono alcuni di questi miti: abbiamo scelto quelli che più di frequente vengono insegnati, soprattutto in campo soft skills.

PERCENTUALI DI MEHRABIAN

Sembra incredibile, e per certi versi lo è, ma la quasi totalità dei corsi di vendita, comunicazione, PNL o altre discipline più o meno serie inizia con una slide terrificante, che mostra un grafico a torta sul quale sono riportate alcune percentuali. Le famigerate percentuali di Mehrabian, secondo cui l’efficacia di una comunicazione è determinata dalle parole (per un misero 7%), dal tono di voce (per un più nutrito 38%) e dalla comunicazione non verbale (per un più degno 55%).

Si tratta di una clamorosa bufala.
O meglio, si tratta di uno studio che lo psicologo ha realizzato in un contesto specifico e con una finalità specifica, ovvero quella di vedere quanto, parlando di emozioni, fosse significativa l’espressione del viso di chi ne parlava. Tutto qui. Il povero psicologo si è naturalmente curato di specificare che quelle percentuali, in altri ambiti, non avevano alcun valore. E ha dovuto persino scrivere pubblicamente di essere “sconfortato dall’uso delle sue percentuali ad opera di sedicenti esperti” (parole sue) ma tant’è: ormai la slide è di uso comune e sembra un sacrilegio studiare e capire come stanno davvero le cose.

Qual è il problema insito nell’insegnamento di una cosa del genere? Duplice, come minimo. Da un lato, esordire con una slide del genere la dice lunga sul trainer del corso: evidentemente, si tratta di qualcuno che non apre un libro serio da almeno dieci anni e che tenta di rifilare nozioni sbagliate e vecchie al suo cliente. Dal nostro punto di vista, presentare una slide del genere è poco professionale e poco etico, visto che è sbagliata.

Poi, c’è un rischio ancora più esteso, ovvero che passi il messaggio (più o meno inconscio) secondo cui le parole sono poco importanti. Pensateci: sapendo che il 93% dei vostri risultati non dipende dal linguaggio, dedichereste energie a studiare come funzionano le parole? E’ evidente che si tratta di una questione semplicemente ridicola, visto che, scienza dice, l’intelligenza linguistica è la base fondante di qualsiasi comportamento e di qualsiasi emozione.

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BRAINSTORMING

Altro mito molto in voga nel campo della formazione, che fa sprecare tempo e denaro a chi organizza sessioni di formazione o coaching è quello del brainstorming o, come viene altezzosamente definito, quello dell’intelligenza collettiva. Anche in tal caso, si tratta di un argomento cui ricerca psicologica e scienza hanno prestato attenzione, con risultati molto chiari: da sole, le persone producono più idee, e di miglior qualità. Affinché il brainstorming produca qualche apprezzabile risultato, va condotto secondo criteri molto precisi e soprattutto su argomenti ben selezionati.

Mettere in una stanza venti persone per fare una sessione di intelligenza collettiva può (e, sottolineiamo, “può”) essere utile per studiare magari un nuovo modo di gestire le pause caffè ma di certo riveste nessuna utilità e anzi può essere dannoso se finalizzato a elaborare, magari, nuove strategie commerciali che devono tenere conto di analisi, metriche e budget. O che richiedono competenze molto molto specifiche. Insomma: si tratta di ore e ore sprecate che potrebbero essere dedicate di certo a fare altro.
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VISIVI, AUDITIVI, CINESTESICI

Parlando di idee campate per aria che oltre a produrre scarsi risultati possono anche recare danno, troviamo quelle espresse da molta parte della Programmazione Neuro Linguistica, soprattutto con riferimento alla parte in cui si parla di una ipotetica divisione delle persone in tre grandi categorie, i cosiddetti visivi, auditivi e cinestesici. I primi, utilizzerebbero prevalentemente parole e termini legati alla vista, i secondi parole e frasi legate all’udito, i terzi parole e frasi legate agli altri sensi. Inoltre, ciascun membro di tali categorie avrebbe particolari caratteristiche comportamentali. Per quanto suggestiva, questa idea non ha mai trovato riscontro nella ricerca, nonostante in quasi vent’anni siano stati davvero tanti i professionisti che hanno tentato di dimostrare una parvenza di validità a tali teorie.

OBIETTIVI BEN FORMATI

Ancora: in azienda, spesso si propone coaching a base di obiettivi ben formati, e si riciclano da circa 30 anni le stesse sigle: obiettivi SMART, modello GROW, obiettivo EXCITE… e tutti gli acronimi che da essi derivino. Si tratta di utili indicazioni, ma davvero troppo superficiali perché possano tradursi in concreto ROI aziendale.
Basti pensare che, dal punto di vista rigorosamente neuroscientifico, la nostra capacità di stabilire obiettivi congrui e raggiungibili dipende da tantissime variabili che queste sigle non prendono minimamente in considerazione, come i paradigmi cognitivi (volgarmente parlando, “convinzioni”) di chi realizza gli obiettivi, il suo stato d’animo, il luogo stesso in cui lo prepara, il cocktail chimico presente nel suo corpo durante la redazione dell’obiettivo stesso e molto, molto altro ancora. Insomma, la pianificazione scientifica degli obiettivi va ben oltre i cosiddetti obiettivi ben formati.

21 GIORNI

Infine, una nota curiosa, che sarebbe divertente se non portasse potenziale pregiudizio a chi la mette in pratica: il mito dei 21 giorni, secondo cui per sviluppare nuove abitudini o abilità sono necessari 21 giorni. Questo mito deriva dalle osservazioni (osservazioni, non ricerca scientifica, osservazioni) di un chirurgo estetico che notò come alcune delle sue pazienti iniziassero a trovarsi a loro agio con il nuovo aspetto dopo circa 21 giorni.
Da qui, un mito divulgato ovunque che non ha alcuna ragione di esistere, atteso che le ultime ricerche in campo formazione di abitudini hanno verificato che per sviluppare e consolidare abitudini anche semplici sono necessari almeno 180 giorni. Perché è importante saperlo? Perché se il partecipante a un corso si aspetta di diventare bravo dopo 21 giorni e poi (come è normale che sia) non lo diventa, rischia la frustrazione. O rischia di dover acquistare un altro corso in cui gli verrà spiegato come mai non è riuscito nel suo intento e che cosa deve fare d’altro per riuscirci. Insomma, pare abbastanza chiaro che bisogna davvero stare attenti, quando si parla di formazione.

CONCLUSIONI

Ci sono moltissime cose che si possono imparare, in campo di comunicazione e interazioni umane in genere. La cosa fondamentale è evitare di sprecare tempo inseguendo chimere o rincorrendo falsi miti che potrebbero distrarci dal nostro percorso di crescita personale e professionale. Nel dubbio, ricordatevelo sempre, verificate la fonte delle informazioni che ricevete e rivolgetevi alla scienza.

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